Edizione numero 39 della Nove colli, Marsciano Bike presente al via per il terzo anno consecutivo, ivi compreso il vostro Guerrazzi. Due giorni immersi tra biciclette, pendenze e carboidrati, un paese dei balocchi che lascia storditi al punto che è difficile da raccontare. La classica sbornia, insomma.
La Nove Colli è definita la leggenda delle Gran Fondo, più che una gara ciclistica è una festa. I partecipanti sono 11.000 solo perché le iscrizioni sono state chiuse tre mesi prima, il movimento dei pedalanti domenicali è sempre più in crescita, alla faccia dei media di massa e dell’opinione pubblica che ormai parlano di ciclismo solo se ci vedono qualche scandalo di mezzo. Si parte e si arriva a Cesenatico, una paese dove si intendono di queste cose, basta dire che su quelle strade uno scriccioletto di nome Marco staccava tutti i suoi compagni, per poi venire notato da squadre importanti, su su fino a far incendiare l’italia intera dietro ai suoi scatti.
L’organizzazione è romagnola in tutto e per tutto, la precisione e la determinazione di questa gente farebbe impallidire i giapponesi. La Nove Colli, tra ciclisti, accompagnatori, staff e quant’altro, muove qualcosa come centomila persone. L’indotto economico è di oltre due milioni di euro, per la gioia del settore turistico. Tutto funziona a meraviglia, dalla partenza, alla sicurezza sulle strade (peccato i soliti automobilisti micro dotati), fino all’arrivo con consegna di medaglia a tutti da parte di super gnocche che data la fatica non ho neanche guardato in faccia.
Chi non conosce il mondo degli appassionati amatori pedalanti ha bisogno di qualche concetto di base, per meglio capire il racconto di una manifestazione simile. Non siamo né sportivi, né gente che si tiene in forma o cazzate simili. Siamo malati, la bicicletta e le emozioni che si provano sono una droga di cui non si riesce a fare a meno una volta provata. La dimostrazione la si può avere il giorno prima della gara, basta fare un giro per la fiera “Ciclo e Vento”: tra i vari stand pieni di telai, carbonio, integratori dei più disparati aminoacidi, vi è una folla di umani depilati e inebetiti dalle ruote ultimo modello che pesano 130 grammi in meno di quelle attuali. Purtroppo vi era pure un’area dedicata allo spinning, forse per far meglio capire la differenza tra una stupida disciplina in cui si girano le gambe incitati da un animatore da spiaggia senza spostarsi di un metro, e il nostro ciclismo che ha scritto la storia d’Italia.
Con l’avvicinarsi della notte la tensione comincia a salire, mascherata da battute sulle belle donne che passano sul lungomare. La sveglia è puntata alle 4 e 30, si comincia a pensare a quali sono i cibi migliori per la colazione. “Io mangio sempre lo yogurt, perché ci sono le proteine che poi aiutano ad assimilare i carboidrati” – “Io non rinuncio al piatto di pasta, perché è una riserva di energia”. Ogni ciclista che si rispetti può competere con un medico di base. Si parte all’alba, come ogni giorno più lungo che si rispetti. Il sole rosso, la brezza fresca, la luce soffusa. Uno sfondo epico che sottolinea meglio l’impresa che tutti gli undicimila al via stanno per compiere, perché anche se siamo dei tegami, ognuno di noi si sente una maglia rosa.
I primi 20 km sono pianeggianti, e il gruppo viaggia sempre sopra i 40 all’ora, la prima salita si fa quasi senza accorgersene, persi nel fiume di biciclette. Dalla seconda in poi, bisogna cominciare ad amministrarsi, che a saltare per aria è un attimo. Peggio delle salite ci sono le discese, tutte tecniche; strada stretta e pendente, curve secche, in più una discreta percentuale di atleti che in discesa proprio non sanno andare, inchiodano a metà curva e poi girano. Sul Ciola, la salita infingarda che sembra facile ma ti logora, si capisce se il motore gira. Quindi l’ultima asperità, il Barbotto, la più temuta. L’ultimo km è al 18% di pendenza e non molla un metro, si sale tra due ali di folla con la disperazione dipinta negli occhi. L’arrivo è un trionfo, anche solo perché la strada è tutta recintata dagli striscioni degli sponsor, come nelle gare dei professionisti. Se poi magari uno si stacca dal gruppone, si fa l’ultimo km in solitaria con tutta la gente che lo incita come fosse arrivato primo, e nonostante il 664° posto taglia il traguardo a braccia alzate con il fotografo che lo immortala, neanche il caldo infernale, le bestemmie sul Barbotto e gli accenni di crampi possono impedire di pensare già alla prossima alba della Nove Colli.














Brigitta è sempre Brigitta…
Tutto bello, ma io ho visto tra i vip anche il sosia di Hulk Hogan.
Ho visto tutta la scena.. l’ha accompagnata in auto e le faceva da bodyguard..Forte il sosia di Hulk Hogan e bellissima Brigitta Bulgari.
grandissima storia!!!! da pelle d’oca!!!
non vedo l’ora di essere li!!! ciaoooooooooo